Qualche anno fa, credo quattro o cinque, in montagna vengo attirata da un grande vaso abitato da numerose piantine a forma di rosetta, con foglie appuntite e margini rossastri. Sembrano piante grasse e mi meraviglia che prosperino a 1000 mt ma la verità è che non so niente di questa famiglia, le Crassulaceae, e dei suoi habitat. Sono molte quelle che dimorano sul mio terrazzo assolatissimo in città, tanto mi basta per procurarmi una talea e trasferirla senza tante cerimonie. Scopro il suo nome: è il semprevivo dei tetti, non solo quelli delle case che si credeva proteggesse dai fulmini, anche quelli delle montagne che possono ospitarlo fin oltre i 2500 metri di altitudine. Il nome ci dice tutto sulla sua resilienza, ma non ci racconta che le popolazioni montane sapevano come usarne le foglie in cataplasmi contro punture di insetti, ustioni e ulcerazioni cutanee. Infuse in acqua bollente e fatte intiepidire erano un buon collirio contro le infiammazioni congiuntivali, mentre il succo delle foglie rappresentava un rimedio astringente e rinfrescante per uso interno. Infine, le rosette giovani venivano conservate sottaceto per il consumo alimentare.
Il semprevivo trasferito in città si adatta bene e cresce fino ad aver bisogno di un vaso più grande, poi improvvisamente sembra deperire e cambiare forma, le foglie basali in parte si seccano e dal centro della rosetta inizia a spuntare una sorta di bernoccolo. Ma non c’è da preoccuparsi, solo da meravigliarsi perché questa pianta, che dovrebbe fiorire tra giugno e settembre, ha deciso di fiorire in pieno inverno, i boccioli sono comparsi dopo Natale ed ora i fiori si stanno aprendo con un’armonia di colori delicata che serenamente sfida il freddo e la pioggia di questi giorni.

